Il primo clone di scimmia vissuto per più di due anni

Si chiama Retro, è nata il 16 luglio 2020 ed è il clone di una scimmia. È, in particolare, il primo clone di un macaco rhesus vissuto per oltre due anni in buona salute, ottenuto perfezionando la tecnica che nel 1997 aveva portato alla nascita del primo mammifero clonato, la pecora Dolly. Ad annunciarlo sulle pagine di Nature Communications sono stati i ricercatori della Chinese Academy of Science, a Shangai. “Ora ha più di 3 anni, sta bene e sta diventando forte”, ha spiegato alla Cnn Falong Lu, tra gli autori di uno studio.

La clonazione

La pecora Dolly è stata creata utilizzando una tecnica chiamata trasferimento nucleare della cellula somatica (Scnt). Come vi abbiamo raccontato, si parte da una cellula somatica dell’originale da clonare e un ovulo (una cellula che, fecondata da uno spermatozoo, si può sviluppare in embrione) da una donatrice. Successivamente, si preleva il dna contenuto nel nucleo della cellula somatica e lo si trasferisce in quello dell’ovulo (privo di nucleo), dando una piccola scossa elettrica per attivarne la crescita. A questo punto, si impianta la cellula risultante nell’utero di una madre surrogata e attendere il termine della gravidanza. Da allora, la comunità scientifica è riuscita a clonare molte specie di mammiferi, tra cui maiali, mucche, cavalli e cani. Tuttavia, l’efficienza di questa tecnica è stata piuttosto bassa, in particolare per i primati.

La nuova tecnica

Nel nuovo studio il team di ricerca cinese ha condotto diversi esperimenti per giungere poi a una versione modificata del Scnt per clonare la scimmia rhesus (Macaca mulatta). Nel corso di centinaia di tentativi di clonazione falliti, infatti, i ricercatori si sono accorti che, nei primi embrioni clonati, la membrana esterna che forma la placenta non si sviluppava correttamente. Per risolvere questo problema, hanno aggiunto uno step: un processo chiamato trapianto di massa cellulare interna, che prevede in poche parole la sostituzione delle cellule che poi diventeranno la placenta (trofoblasto) con quelle di un embrione sano e non clonato, consentendo infine al clone di svilupparsi normalmente, grazie a una placenta funzionante. Una tecnica, spiegano gli autori, che ha notevoltmente migliorato il tasso di successo della clonazione tramite il Scnt.

Cloni di altri primati

Retro, ricordiamo, non è la prima scimmia che gli scienziati sono riusciti a clonare con successo. Lo stesso team di ricercatori, infatti, nel 2018 aveva clonato con la stessa tecnica usata per la pecora Dolly due macachi cinomolgo (Macaca fascicularis), chiamati Zhong Zhong e Hua Hua. Il record di primo clone di primate, tuttavia, spetta a Tetra, una macaco rhesus nato nel 1999 con il metodo della scissione embrionale (si ricostruisce in poche parole il processo in cui si generano gemelli omozigoti separando artificialmente le cellule dell’embrione durante i primi stadi di sviluppo).

Le implicazioni

Clonare con successo le scimmie potrebbe avere importanti implicazioni in quanto queste sono modelli importanti per la medicina e la biologia. “Queste scoperte forniscono preziose informazioni sul meccanismo di riprogrammazione dell’Scnt delle scimmie e introducono una strategia promettente per la clonazione dei primati”, scrivono gli autori. Questi ultimi risultati sono “una tappa fondamentale della medicina rigenerativa”, spiega all’Ansa il biologo dello sviluppo Carlo Alberto Redi, presidente del comitato etico della Fondazione Veronesi e membro dell’Accademia dei Lincei. È importante, prosegue l’esperto, “distinguere la tecnica dal prodotto della tecnica, anche perché nessuno sulla Terra può ragionevolmente pensare di utilizzare questa tecnica ai fini della clonazione umana“. La tecnica è invece “è importante perché permette di avere ricadute benefiche nell’uomo e per questo è anche eticamente rilevante”.

Via: Wired.it

Credits immagine (generica): Donald Hobern via Flickr CC

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