Espianto di organi, l’ipotesi inquietante dei medici-boia dietro al record cinese di trapianti

Dal 1981 al 2015, in almeno 71 espianti di cuore e polmoni eseguiti su detenuti in Cina la causa di morte potrebbe essere stata proprio l’asportazione degli organi. È quanto sostengono i ricercatori Matthew P. Robertson e Jacob Lavee in un articolo scientifico pubblicato recentemente sulla rivista American Journal of Transplantation, frutto di una revisione di quasi 3000 documenti in lingua cinese su oltre 120.000 trapianti avvenuti nel corso di più di trent’anni.

Secondo Robertson e Laevee, infatti, in numerosi casi la morte cerebrale – che dovrebbe precedere l’espianto di organi – non sarebbe stata accertata e dichiarata correttamente, ragion per cui sostengono che la causa di morte debba essere stata il prelievo di organi stesso, sottolineando un coinvolgimento dei medici nelle esecuzioni dei detenuti. Per gli autori dello studio, una cui precedente denuncia era stata respinta dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), i numeri relativi a queste pratiche potrebbero essere anche più alti.

Le norme sui donatori di organi

La norma internazionale sull’espianto di organi da donatori è chiara: il prelievo di organi non deve iniziare fino a quando la morte cerebrale del donatore non è stata dichiarata formalmente  ed è vietata qualora il donatore non sia consenziente. Eppure esistono zone grigie in cui queste regole potrebbero essere state infrante. Dagli anni Ottanta, la Cina è il secondo paese per numero di trapianti eseguiti, secondo solo agli Stati Uniti. Eppure  effettuerebbe molti più trapianti di quanti ne dichiara: tuttora diversi ospedali cinesi – sottolineano gli autori dello studio – continuano a pubblicizzare tempi di attesa di trapianto di settimane, mentre quelli statunitensi si misurano in mesi e anni. Nel corso degli anni il sistema di trapianto di organi in Cina si sarebbe basato principalmente sui detenuti, forniti dal sistema giudiziario e di sicurezza dello stato, nonostante questa pratica sia stata condannata dalle organizzazioni mediche internazionali perché ha sollevato dubbi sull’etica e sull’effettivo consenso dei donatori. “Ma i resoconti del governo cinese sul suo settore dei trapianti di organi sono spesso contraddittori”, sottolineano gli autori “e lo stato mostra alla comunità internazionale set di dati confusi e manipolati”.

Lo studio

Per cercare di fare luce su questa faccenda, i ricercatori hanno condotto un’analisi computazionale del testo su 2.838 documenti tratti da un database di 124.770 pubblicazioni di trapianti diffuse a livello internazionale in lingua cinese. In particolare, è stato sviluppato un algoritmo che consentisse di individuare prove di dichiarazioni problematiche di morte cerebrale avvenute durante il prelievo di organi. In 71 tra i documenti analizzati la morte cerebrale dei donatori non sarebbe stata dichiarata correttamente: potrebbero esserci state violazioni della regola della morte del donatore. In particolare, i ricercatori suppongono che la causa di morte sia stata l’asportazione del cuore e dei polmoni durante il prelievo degli organi

Poiché questi donatori di organi avrebbero potuto essere solo prigionieri, i nostri risultati suggeriscono fortemente che i medici della Repubblica Popolare Cinese abbiano partecipato a esecuzioni mediante prelievo di organi”, si legge nell’articolo.

Nell’articolo ci si è chiesti anche il motivo per cui questi documenti, così problematici, siano stati pubblicati: secondo gli autori, perché sono in cinese, si trovano nei database accademici e commerciali cinesi e sono stati prodotti per un piccolo pubblico, costituito principalmente da colleghi. 

Dallo studio emerge un altro particolare inquietante: non si sa quanti degli interventi di trapianto di cuore e polmone si siano tradotti effettivamente in pubblicazioni e tra questi è un numero ancora più piccolo quello che descrive le modalità di approvvigionamento dei donatori. In più esistono limiti tecnici significativi a uno studio del genere: organizzare, scoprire e spiegare il significato di questi dati richiede una combinazione di esperienza in lingua cinese, competenza tecnica e conoscenza della chirurgia del trapianto di cuore e polmone. Pertanto, come riporta un commento degli stessi autori sul Wall Street Journal, essi sospettano di aver catturato solo un piccolo campione di casi di una consistente popolazione nascosta: i numeri di queste presunte pratiche non etiche potrebbero essere più alti.

Una questione aperta

Nell’articolo scientifico e nel commento apparso sul Wall Street Journal, gli autori dello studio si interrogano anche sulla posizione della comunità scientifica riguardo alla questione: a partire dal 2021, infatti, i chirurghi in Cina che si occupano di trapianti hanno affermato di aver cessato l’uso dei prigionieri come donatori di organi nel 2015 (ed è per questo che i documenti analizzati sono disponibili fino al 2015). “La comunità internazionale dei trapianti sembra soddisfatta dei progressi della Repubblica Popolare Cinese e non si preoccupa dell’apparente falsificazione dei set di dati ufficiali”, si legge nell’articolo. Secondo i ricercatori, però, le indagini non dovrebbero cessare: già nel 2019, infatti, era stato pubblicato un altro articolo a firma di Robertson e Lavee sulla scarsa affidabilità dei dati sui trapianti in Cina, ma secondo l’Oms presentava numerose fallacie logiche.

I leader medici globali hanno in gran parte respinto tali preoccupazioni”, continuano gli autori nell’articolo del Wall Street Journal. “L’Oms ha ricevuto indicazioni dai chirurghi trapiantisti cinesi nell’istituzione della sua task force anti-traffico di organi, e poi li ha inseriti nel comitato dei membri.”. Ma i ricercatori non si arrendono. “Con la pubblicazione di questi risultati nella principale rivista di trapianti, forse la questione non sarà più così facile da ignorare”.

Via Wired.it

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